Eterotassia fetale per omessa diagnosi medica

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Il Tribunale di Chieti con la sentenza n. 468/2018 ha accertato e dichiarato la responsabilità della convenuta Asl nella morte piccola A. avvenuta appena 34 ore dopo il parto ed ha condannato parte convenuta al risarcimento del danno iure proprio patito dall’attore per la perdita del rapporto parentale da perdita del figlio, liquidato in € 99.576,00.

IL FATTO

Il sig. C. I. ha convenuto dinanzi al Tribunale di Chieti l’Azienda Sanitaria Locale n. 2 Lanciano – Vasto – Chieti, chiedendo che ne venisse accertata e dichiarata la responsabilità per la morte della figlia A., con conseguente condanna al risarcimento dei danni, complessivamente liquidati in € 332.090,25 nella diversa somma ritenuta dovuta), patiti iure proprio per la perdita della possibilità di instaurare una relazione affettiva con la figlia, e iure hereditatis per la perdita della figlia delle chance di sopravvivenza.

La figlia A. era nata il 12.12.2006 presso l’ospedale di Lanciano, ed era deceduta alle ore 22:30 del 13.12.2006 presso l’ospedale di Chieti, in conseguenza di errori diagnostici del personale in servizio presso l’ospedale di Lanciano, che aveva colposamente non rilevato –durante le ecografie- che il feto era affetto da eterotassia (posizionamento anomalo degli organi toracici ed addominali), e da un’anomalia cardiaca denominata Canale Atrio – Ventricolare, malformazioni che ove fossero state tempestivamente rilevate avrebbero imposto l’effettuazione del parto in un ospedale altamente specializzato, in cui la neonata sarebbe stata sottoposta ad assistenza intensiva, per evitare scompensi e gravi compromissioni emodinamiche, ed avrebbe avuto elevatissime probabilità di sopravvivenza (pari al 90%).

LA DIFESA DELLA CONVENUTA

La convenuta si è costituita in giudizio, senza contestare la sussistenza e la
risarcibilità del danno iure proprio dell’attore, patito per la perdita della possibilità di instaurare una relazione affettiva con la figlia, evidenziando tuttavia come esso dovesse essere proporzionato alla durata e all’intensità del rapporto instauratosi tra l’attore e la figlia, come il decesso della neonata fosse avvenuto appena 34 ore dopo il parto, e come quindi il danno stesso dovesse essere liquidato sulla base dei minimi previsti dalle tabella del Tribunale di Milano, commisurandolo alle ridotte probabilità di sopravvivenza della neonata. Ha contestato la domanda di ristoro del danno iure hereditatis, costituendo una indebita duplicazione risarcitoria.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE

Il Tribunale ha ritenuto pacifico tra le parti, e non contestato in alcun modo dalla a.s.l. convenuta, il fatto che il decesso della neonata A. sia dipeso da gravi omissioni diagnostiche da parte del personale sanitario in servizio presso l’ospedale di Lanciano, come ha accertato in maniera molto chiara il c.t.u. nominato nel corso dell’accertamento tecnico ante causam.

L’ausiliario nominato dal Giudice aveva evidenziato come la cardiopatia congenita da cui era affetta la neonata (C.A.V. -. Canale atrio-ventricolare), che ne aveva causato la morte, poteva e doveva essere diagnosticata in occasione degli accertamenti ecografici prenatali, cui si era sottoposta la sig.ra C., moglie dell’attore, durante la gravidanza. Il c.t.u. aveva evidenziato come dagli accertamenti ecografici era assai agevole capire la condizione di eterotassia da cui era affetta il feto (il fegato e lo stomaco erano in posizione invertita rispetto a quella ordinaria), patologia cui sono, con elevata probabilità statistica, associate gravi patologie cardiache, come il C.A.V.

Il tempestivo, ed assai agevole, riscontro della eterotassia avrebbe imposto l’esecuzione di un esame ecocardiografico fetale, che avrebbe così consentito di diagnosticare, seppure in via indiretta, la predetta malformazione cardiaca.

Una volta diagnosticato il C.A.V., il parto sarebbe dovuto necessariamente avvenire in una struttura cd. di terzo livello, ossia che avesse disponibilità di cardiologia e cardiochirurgia neonatale, in cui la neonata sarebbe stata sottoposta a più interventi chirurgici, uno di natura palliativa, per migliorare il flusso nell’arteria polmonare, ed altro o altri interventi, volti al ripristino di un assetto anatomico compatibile con una buona funzionalità cardiaca.

Tali interventi chirurgici, a giudizio del c.t.u., avrebbero consentito la sopravvivenza della neonata A. con una percentuale variabile tra il 65 e il 70%, a condizione che si normalizzassero i parametri vitali della neonata, che scomparisse la cianosi, che si stabilizzasse la funzione cardiaca.

Il Tribunale, da una parte ha condiviso appieno le considerazioni del C.t.u.,
dall’altra non ha condiviso le considerazioni di parte convenuta, che ha sostenuto che le probabilità di sopravvivenza della neonata sarebbero state estremamente inferiori, e pari al 10%, sulla scorta di una relazione medico – legale che è stata sottratta al contraddittorio tra le parti.

Per il Tribunale non vi era nessun dubbio che il decesso della neonata A era stato causato dalle gravi omissioni diagnostiche da parte del personale sanitario in servizio presso l’ospedale di Lanciano.

Per quanto riguarda il risarcimento del danno patito iure proprio, per la perdita delle possibilità di instaurare una relazione affettiva con la figlia, il Tribunale ha fatto riferimento alla quantificazione tabellare del danno da perdita del rapporto parentale da perdita del figlio, pur riducendone tuttavia l’importo chiesto dall’attore, non solo per la differenza tra le due tipologie di danno, ma anche tenuto conto della possibilità di sopravvivenza della neonata, ha ritenuto equo liquidare il danno patito iure proprio dall’attore in € 99.576,00, sulla scorta delle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano e vigenti al momento della decisione.

Avvocato Edno Gargano

Studio Legale Gargano