Responsabilità medica del dentista.

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E’ responsabile il dentista che sottopone il paziente a cure non solo inutili, ma che abbiano aggravato le condizioni di salute del paziente. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, sez. III Civile, con la sentenza n. 5128/2020. 

IL FATTO 

La ricorrente ha convenuto, innanzi al Tribunale di Bologna, il Centro odontoiatrico M. di N.M. & C. S.a.s. (denominazione successivamente modificata in Centro odontoiatrico ….. ), il Sig. M.N. nella qualità di socio accomandatario della predetta società e il Dott. A. La T., chiedendo la condanna dei convenuti alla restituzione degli importi corrisposti a titolo di remunerazione, ed al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti per interventi odontoiatrici. 

Esponeva la ricorrente di essersi sottoposta a cure odontoiatriche tra il mese di febbraio 2000 e il mese di marzo 2004 presso il Centro odontoiatrico predetto, ove aveva conferito con il Sig. N. e il Dott. La T., direttore sanitario, che operò in concreto sull’attrice. 

Deduceva, in particolare, che il trattamento sanitario eseguito, ma lasciato incompleto, dal Dott. La T. si rivelava errato: non risolveva, ma anzi peggiorava, i problemi che la affliggevano. 

Si costituiva in giudizio il Dott. La T. per resistere e chiedere l’ autorizzazione alla chiamata in causa, a fini di manleva, delle compagnie proprie assicuratrici Assitalia S.p.a. (oggi Generali Italia S.p.a.) e Cattolica S.p.a., presso le quali era assicurato per la responsabilità civile.

 Si costituivano con atti separati entrambe le compagnie assicuratrici, assumendo,  comunque, la inoperatività della polizza contratta dal convenuto relativamente a ciascun periodo di propria spettanza. 

Istruita la causa mediante CTU, il Tribunale di Bologna, con sentenza n. 2344 del 23 luglio – 14 settembre 2012, accoglieva integralmente la domanda attorea, dichiarava la responsabilità contrattuale dei convenuti, in via tra loro solidale, e li condannava in solido al risarcimento del danno alla persona e patrimoniale in favore di parte attrice, liquidato in complessive € 73.281,00, oltre accessori, ponendo le spese a loro carico, nonché condannava entrambe le compagnie terze chiamate alla manleva, in favore del Dott. La T., per gli esborsi da questi sostenuti in esecuzione della sentenza nella misura del 50% ciascuna.

La sentenza di primo grado veniva appellata in via principale ed incidentale, da tutte le parti convenute, tranne il Centro odontoiatrico N. e dal Sig. M. N., rimasti contumaci anche nel giudizio di appello. 

IL GIUDIZIO D’APPELLO

La Corte d’appello di Bologna accoglieva il gravame e, in riforma della sentenza di primo grado, respingeva la domanda di accertamento della responsabilità professionale formulata nei confronti del Dott. La T., e di conseguenza riformava la statuizione inerente alla manleva di Assitalia e di Cattolica, in quanto ritenuta non sufficientemente allegata e provata, sia quanto alla condotta inadempiente, che al nesso causale tra evento e danno; annullava la condanna alla restituzione del corrispettivo versato posto a carico solidale del dott. La T., sull’assunto che il corrispettivo non fosse stato da lui direttamente incassato; annullava le condanne di convenuti e terzi chiamati alla rifusione delle spese di lite e delle spese sostenute per ATP e CTU, e in particolare la condanna di Cattolica s.p.a. alla rifusione delle spese di lite di primo grado poste in favore del Dott. La T.; manteneva quindi ferma solo la statuizione sulla risoluzione del contratto per inadempimento nei confronti della clinica e del direttore del centro odontoiatrico (N. S.a.s. e il M.N. ), riformando in parte qua la sentenza e condannando questi ultimi alla restituzione in favore della ricorrente della somma pagata a titolo di corrispettivo per la prestazione resa, maggiorata degli interessi legali; compensava le spese di lite del grado di appello.

LA DECISIONE DELLA CORTE di CASSAZIONE

Con ricorso notificato il 4/5/2018 avverso la sentenza n. 90/2018 della Corte d’appello di Bologna, la Sig.ra P.P. chiede la cassazione della sentenza, affidando il ricorso a un unico motivo, ex articolo 360 1 comma , n. 3 cod. proc. civ., viene dedotta la violazione degli artt. 1218 e 2697 c.c., in merito alla prova della responsabilità contrattuale, ritenuta dalla Corte non allegata, oltre che non provata. 

Il motivo è fondato per le seguenti ragioni. 

Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte «ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile» (Cass. 26 luglio 2017, n. 18392; Cass. 16 gennaio 2009, n. 975; 9 ottobre 2012, n. 17143; 20 ottobre 2015, n. 21177). 

Più specificamente, nel campo della responsabilità sanitaria, quanto al principio di allegazione della condotta inadempiente, ritenuta fonte di danno, occorre fare riferimento a quanto indicato dalla giurisprudenza nel precedente di cui a Cass. SU 577/2008, rilevante per dirimere il caso concreto : «in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante (nella specie la S.C. ha cassato la sentenza di merito che – in relazione ad una domanda risarcitoria avanzata da un paziente nei confronti di una casa di cura privata per aver contratto l’epatite C asseritamente a causa di trasfusioni con sangue infetto praticate a seguito di un intervento chirurgico – aveva posto a carico del paziente l’onere di provare che al momento del ricovero egli non fosse già affetto da epatite).” 

Conseguentemente, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, causa del danno, sicché, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata ( Cass. Sez. 3 -, Sentenza n. 27606 del 29/10/2019; Cass.Sez. 3 -, Sentenza n. 3704 del 15/02/2018). 

Nel caso specifico, la Corte d’appello ha escluso, con duplice argomentazione, che sia stata specificamente allegata e provata sia la condotta colposa causativa del danno, che il nesso causale tra la condotta inadempiente e il danno alla salute cagionato, ritenendo mancata la prova della situazione pregressa di salute di partenza, non allegata in atti dall’attrice (ortopantomografia). 

Quanto alla mancanza di allegazione della condotta indicata come inadempiente, la Corte di merito ha ritenuto che «la parte attrice non abbia indicato quali interventi del sanitario siano censurabili, siccome eseguiti con imperizia, e soprattutto non indichi quali siano i profili di negligenza, astrattamente ascrivibili a controparte, con allegazione del comportamento alternativo corretto la cui mancata realizzazione costudirebbe – in tesi della paziente – il titolo per assumere l’inadempimento di controparte e la sua conseguente responsabilità contrattuale». 

In punto di nesso causale, la Corte ha ritenuto che, sebbene il CTU avesse censurato i lavori eseguiti dal medico sulla paziente, non fosse stata neanche contrastata l’allegazione del convenuto che l’attrice si fosse presentata con un proprio lavoro protesico incongruo, effettuato presso un altro studio, dovendosi ritenere come circostanza non controversa. 

La Corte di merito, così ragionando, ha ritenuto che il difetto di allegazione probatoria riguardasse lo stato di salute dell’attrice antecedente alla conclusione del contratto con il centro odontoiatrico potendo, al più, costituire come rischio ricadente sul danneggiante solo la cd. causa ignota, una volta raggiunta la prova del nesso causale che, nel caso di specie non sarebbe stata fornita, mancando in atti la produzione dell’esame radiologico (pantomografia) eseguito prima di procedere all’intervento, attestante le condizioni in cui la paziente si trovava prima di sottoporsi alle cure del convenuto. 

La statuizione non dimostra una corretta applicazione dei suddetti principi rispetto a quanto osservato e rilevato in fatto dalla medesima Corte, sulla base della CTU acquisita, richiamata in motivazione, in ordine sia all’inutilità dei lavori di implantologia eseguiti, sia alla loro negligente esecuzione da parte del medico convenuto. 

E’, infatti, la stessa Corte di merito a ritenere, sulla base della CTU acquisita la mancata apprezzabile risoluzione dei problemi clinici della paziente, aggiungendo che, nonostante non si abbia contezza della natura dell’intervento concretamente svolto dal medico, per mancata produzione clinica idonea a valutare la condizione iniziale della paziente, «certamente questo intervento, qualunque sia stata la sua entità, non è stato in grado di assicurare un’apprezzabile guarigione della paziente, di talché tale profilo di inadempimento contrattuale è provato, e da ciò consegue il diritto della paziente a ripetere quanto corrisposto come remunerazione del trattamento sanitario»

In punto di responsabilità medica, nonostante la Corte rilevi, condividendone l’opinione, che il CTU abbia ritenuto censurabili i lavori eseguiti dal medico sulla dentatura della paziente, essa ritiene — inspiegabilmente – rilevante che non sia stata contrastata l’allegazione del convenuto che l’attrice si fosse presentata con un proprio lavoro protesico incongruo, effettuato presso un altro studio, dovendosi ritenere come circostanza non controversa. 

Ed invero, l’impugnazione della ricorrente, fa notare che, la CTU, che dà conto dell’inutilità e della non correttezza, nel suo complesso, della prestazione resa e foriera di danno alla persona, secondo parametri medico-legali, è pervenuta alla conclusione circa la sussistenza di una insuperabile “incertezza” sia sulla condotta in concreto tenuta dai sanitari, sia sul nesso di causa, che in tesi avrebbe dovuto provare l’attrice. 

Difatti, sotto il profilo della lesività della condotta medica, nel caso di specie ci sono effetti sulla salute della paziente misurabili sotto il profilo della causalità giuridica, perché l’ aggravamento osservato è ascrivibile al medico, ed è comunque valutabile in termini di causalità giuridica. 

Più precisamente, secondo i principi sopra esposti, essendo stata dimostrata la complessiva negligenza medica relativamente all’opera prestata dal medico curante, nell’ arco di tempo in cui la paziente è stata sottoposta alle sue cure, idonea a determinare un aggravamento delle condizioni di salute della persona, secondo il principio di causalità adeguata sopra richiamato, sarebbe stato onere del medico provare il contrario, ovvero che le cure dal medesimo effettuate sulla paziente, per quanto inutili sul piano del recupero della funzionalità dell’apparato dentario coinvolto, e comunque denotanti una sua complessiva negligenza sotto il profilo dell’ars medica, non abbiano avuto alcun impatto sulla salute della persona rispetto alle condizioni pregresse di salute che egli stesso aveva potuto sin dall’inizio constatare e apprezzare, anche tenuto conto del principio di vicinanza della prova (tra i precedenti citati: Cass.Sez. 3 – , Sentenza n. 18392 del 26/07/2017). 

Pertanto, alla luce di quanto sopra rilevato, la Corte d’appello risulta non avere valutato la fattispecie in esame in conformità con i principi sopra richiamati in tema di prova della responsabilità contrattuale ascrivibile a comportamento negligente del medico e di causalità giuridica. Conclusivamente il ricorso è accolto, con rinvio alla Corte d’appello di Bologna, in diversa composizione, anche per la regolamentazione delle spese processuali di questo giudizio tra le parti. 

Avv. Edno Gargano

Studio Legale Gargano