Responsabilità medica – ritardo nell’esecuzione del parto cesareo: danni cerebrali da ipossia

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Con la sentenza n. 11789/2016 la Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dai genitori del piccolo Riccardo e cassa la sentenza della Corte d’appello di Lecce, ritenendo che, in applicazione del principio “del più probabile che non”, un tempestivo o diverso intervento o da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato.

IL FATTO

Bruno Rollo e M. Rosaria Muci, in proprio e quali genitori esercenti la protestà sul minore Riccardo Rollo, convennero in giudizio la Asl Le 1 per sentirla condannare al risarcimento dei danni tutti ricondotti alla nascita del figlio Riccardo, nato presso l’Ospedale di Nardò nel 1980 a seguito di parto cesareo, danni da loro causalmente ricondotti ad una sofferenza prenatale non rilevata dall’ospedale e in ordine alla quale si sarebbe reso necessario, per evitare o quanto meno contenere i danni, un intervento con parto cesareo d’urgenza, non eseguito benché la partoriente, portatasi in ospedale a termini di gravidanza scaduti, fosse rimasta ricoverata presso l’Ospedale di Nardo dal 5 al 13 agosto 1980, data del parto. 

Evidenziarono le menomate condizioni psico-fisiche del figlio, che presentava un grave ritardo mentale, scialorrea (ovvero salivazione continua e in eccesso), e deambulazione difficoltosa.

Il Tribunale di Lecce rigettava la domanda dei Rollo evidenziando che i consulenti tecnici avevano riscontrato a carico del Rollo la presenza di una epilessia criptogenetica, ovvero da causa non identificabile .

La Corte d’Appello di Lecce, dopo aver provveduto al rinnovo della consulenza affidandola ad un diverso collegio di esperti, rigettava l’appello dei Rollo. 

La sentenza impugnata, richiamando gli esiti della ctu, non negava l’esistenza di un danno centrale ma riteneva che non fosse possibile affermare con certezza che i danni centrali fossero completamente attribuibili ad una encefalopatia neonatale ipossico\ischemica, conseguente alla sofferenza fetale e da ciò traeva la conseguenza che mancava la prova di un nesso di causalità tra l’attività medica e le patologie delle quali era affetto Riccardo.

I signori Rollo e Muci, sia in proprio che quali tutori del figlio Riccardo propongono ricorso per cassazione.

L’Azienda Sanitaria di Lecce proponeva controricorso.

I ricorrenti censurano la sentenza impugnata laddove si era limitata ad aderire acriticamente alle conclusioni del collegio di esperti, che pur non sottacendo la presenza di alcune alterazioni nella condizione della partoriente ( mioma uterino- ovvero presenza di un tumore benigno – che , aggiungono i ricorrenti, avrebbe avuto un diametro di circa 9 cm – a carico del tratto dell’utero, polidramnios, cioé indice di liquido amniotico elevato, perdita di liquido verde – ovvero meconio – dopo la rottura delle acque) avevano poi escluso che questi elementi fossero sintomo univoco di sofferenza fetale in atto senza prendere in considerazioni le puntuali osservazioni svolte dal consulente di parte ricorrente.

I ricorrenti sottolineavano che la Muci si recò in ospedale, dove venne ricoverata, perché il termine della gravidanza era scaduto, e questo di per sé avrebbe dovuto portare ad adottare quanto meno delle misure prudenziali, se non si riteneva di intervenire con parto cesareo d’urgenza perché non era stata rilevata una sofferenza fetale già in atto, quali la sottoposizione della partoriente ad un monitoraggio continuo con strumenti adeguati.

I ricorrenti denunciavano anche la violazione delle norme sul nesso di causalità (artt. 40 c 41 c.p.), nonché la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 in ordine alla distribuzione dell’onere probatorio e alla valutazione delle prove sul nesso causale.

DIFESA DELLA CONVENUTA

La A.S.L. di Lecce nel suo controricorso richiamava l’attenzione sulla mancanza di una prova certa, nonostante i vari controlli ai quali la paziente si era sottoposto nel corso degli anni, che il deficit mentale e anche i problemi deambulatori del Rollo, che erano venuti fuori non subito ma dai sei anni di vita in poi, si sono progressivamente aggravati, siano dipendenti da una sofferenza neonatale e non da un’altra causa del tutto diversa e rimasta non individuata.

LA DECISIONE DELLA CORTE

La Corte esaminati gli atti di causa, accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata.

La Corte si trova ad esaminare una vicenda accaduta nel 1980, quando una donna si presenta in ospedale perché la data presunta per la nascita del suo bambino é stata raggiunta e oltrepassata, ed ha dei disturbi. 

Viene visitata, viene ricoverata per oltre una settimana, chiedendo ripetutamente di essere sottoposta al parto cesareo. Il cesareo non ha luogo subito ma nove giorni dopo, allorché si rompe il sacco amniotico e sul momento il bambino sembra non avere problemi.

Dopo i primi anni di vita, di fronte alle prime anomalie nel comportamento e nello sviluppo del bambino, i genitori iniziano a compiere accertamenti, ed emergono un danno cerebrale e disturbi sia mentali che motori che negli anni si aggravano.

A questo punto, quando il bambino ha ormai sei o sette anni, i genitori si attivano per cercare le cause di questi disturbi e risalgono indietro nel tempo, fino al momento del parto, indicando come possibile responsabile l’Ospedale.

Entrambi i giudici di merito a cui hanno sottoposto il caso del loro bambino, divenuto nel frattempo maggiorenne e posto sotto tutela per la gravità della sua infermità mentale – avendo ricostruito la vicenda clinica a mezzo di due diversi collegi di consulenti tecnici –  hanno rigettato la domanda dei genitori volta al risarcimento del danno.

La sentenza impugnata, secondo la Corte di Cassazione è molto succinta, non esprime una sua valutazione autonoma né sulla esistenza o meno della prova di una sofferenza neonatale a carico del Rollo, né sulla esistenza della prova di un nesso causale tra l’operato commissivo e omissivo dei sanitari che presero in carico la partoriente presso l’ospedale di Nardò e i danni cerebrali che questi attualmente presenta, sulla base della regola probatoria da seguire nel giudizio civile di accertamento della responsabilità ( medica ), che non è quella della certezza o della certezza al di là di ogni ragionevole dubbio,  ma del “più probabile che non”.

La Corte d’Appello, secondo la Suprema Corte si è limitata a adottare la motivazione dall’integrale recepimento delle argomentazioni e delle motivazioni della consulenza tecnica che  afferma con certezza che i danni centrali siano completamente attribuibili ad una encefalopatia neonatale ipossico/ischemica conseguente alla sofferenza fetale. 

A fronte di questa valutazione tecnica la corte avrebbe senz’altro potuto — e dovuto — prendere in considerazione i dati emergenti dalla consulenza nella loro completezza, considerando cioé sia i dati positivamente accertati sia i dati mancanti perché non risultanti dalla cartella clinica e le conseguenze di eventuali lacune di essa, che non possono essere fatte ricadere sul paziente che su di essa non esercita alcun controllo.

La Corte d’appello, secondo la Cassazione ha poi violato i principi di diritto da essa stessa affermati più volte e ribaditi proprio nel settore della responsabilità medica peraltro, secondo i quali, l’affermazione della responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato, ed asseritamene causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova – che dev’essere fornita dal danneggiato – della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitati ed il danno. 

Tale prova sussiste quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia “più probabile che non” che un tempestivo o diverso intervento o da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonate. 

Una volta fornita tale prova in merito al nesso di causalità, é onere del medico, ai sensi dell’art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta.

La sentenza impugnata va cassata e rinviata alla Corte d’appello di lecce in diversa composizione perché decida la causa attenendosi al principio di diritto sopra enunciato.

Avv. Edno Gargano

Studio Legale Gargano