Responsabilità professionale medica: la personalizzazione del danno

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Il Tribunale di Napoli Sezione 8 Civile con la sentenza del 19 luglio 2016 la  n. 8981 ha accertato e dichiarato la responsabilità del medico professionista per i danni patrimoniali e non, patiti dalla paziente in conseguenza dei due interventi di chirurgia estetica.

IL FATTO 

L’attrice che per correggere una ptosi mammaria e rendere più gradevole il proprio aspetto chiedeva la consulenza del dott. Pi.Ca., chirurgo specializzato in chirurgia generale il quale, dopo aver visitato la sig.ra Mo. ed aver valutato le condizioni psicofisiche, suggeriva un intervento di mastoplastica additiva e si accordarono per un intervento di mastoplastica additiva che con l’innalzamento del seno ed il suo aumento di volume, previo inserimento di protesi, non superasse comunque la 3° taglia.

Ad un primo intervento effettuato 02.04.03, risultato del tutto insoddisfacente, fu effettuata una seconda operazione di mastopessi in data 19.11.03 sempre presso la Ni. s.r.l. Tuttavia, anche il secondo intervento peggiorava ulteriormente la ptosi e l’asimmetria delle mammelle e procurava una vistosa, sgranata ed antiestetica cicatrice periareolare.

In conseguenza dei predetti eventi la Mo. sviluppava una “reazione depressivo ansiosa di tipo reattivo”, come certificato dall’Ambulatorio di Neurologia dell’Ospedale Cardarelli, con ulteriori negative conseguenze descritte nella perizia medico-legale.

L’attrice, quindi, proponeva innanzi al Tribunale di Napoli ricorso per consulenza tecnica preventiva ex art. 696 e 696 bis c.p.c.. 

Si costituivano nella predetta procedura la casa di cura privata  ed il dott. Ca. nonché la chiamata in causa dallo stesso.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE

Per il Tribunale la domanda di parte attrice è fondata e va accolta nei limiti di cui alla parte motiva.

L’assunto attoreo risulta provato sia tramite il materiale probatorio di cui al presente giudizio, sia tramite il precedente giudizio di ATP. 

Nel corso delle due consulenze tecniche di ufficio è stato rilevato che la sig.ra Mo. ha un seno sproporzionato che presenta vistose cicatrici in sede periareolare che si presentano “sgranate retraenti e quindi fortemente deturpanti” nonché una ” evidente asimmetria delle mammelle”. 

Entrambi i consulenti concordano pertanto che la esponente non ha tratto alcun miglioramento dagli interventi subiti ma anzi ha subito un evidente peggioramento non solo fisico ma anche psicologico. 

E’ stato accertato infatti che la sig.ra Mo. è affetta da una depressione ansiosa reattiva e quindi consequenziale agli esiti negativi delle operazioni subite.

Sotto il profilo della responsabilità della casa di cura, il Tribunale ha ribadito che la natura pubblica o privata dell’ente ospedaliero (nel caso di specie trattasi di struttura privata accreditata presso il servizio sanitario nazionale) non incide sul formarsi di quella fattispecie contrattuale che si perfeziona con l’accettazione del paziente al momento del ricovero e che si arricchisce di obblighi accessori connessi alla prestazione medica.

La responsabilità della casa di cura, generalmente, è responsabilità per inadempimento dell’obbligazione che la stessa Casa di cura assume, direttamente con i pazienti, di prestare la propria organizzazione aziendale per l’esecuzione dell’intervento richiesto anche se lo stesso viene programmato con il proprio medico curante, il quale potrebbe anche operare al di fuori di un formale inquadramento nella struttura prescelta.

Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale, e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico -professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto.

Quanto invece alla responsabilità del sanitario dall’elaborato peritale e  dalla predetta documentazione, risulta piuttosto agevole desumere la sussistenza, con riguardo alla fattispecie in esame, di un’inadeguata condotta chirurgica del professionista sanitario convenuto. 

Pertanto, venendo alla quantificazione dei danni subiti, il Tribunale ha  riconosciuto all’attrice la somma di Euro 41.500,00, osservando che:

la fattispecie, almeno in astratto, riveste i caratteri di illecito penale (lesioni colpose: art. 590 c.p.), quindi, compete, in astratto ed ai sensi dell’art. 2059 c. c. in relazione all’art. 185 c.p., il risarcimento del danno morale la cui liquidazione, tuttavia, risulta già ricompresa in quella del cosiddetto danno biologico, poiché effettuata sulla base di tabelle che risultano elaborate proprio allo scopo di realizzare una liquidazione complessiva del danno non patrimoniale conseguente a “lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”, nei suoi risvolti anatomo – funzionali e relazionali medi ovvero peculiari, e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di “dolore”, “sofferenza soggettiva”, in via di presunzione, con riguardo ad una determinata tipologia di lesione e, dunque, una liquidazione congiunta dei pregiudizi in passato liquidati a titolo: 1) di cosiddetto danno biologico “standard”; 2) cosiddetto danno morale. 

Tale tabelle lasciano salva (ed, anzi, addirittura espressamente contemplano) la possibilità di riconoscere percentuali di aumento dei valori medi da esse previste, da utilizzarsi – onde consentire una adeguata “personalizzazione” complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato, in particolare, sia quanto agli aspetti anatomo -funzionali e relazionali sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva.

Per il Tribunale nel caso di specie, è evidente come si tratti di lesioni notevolmente invalidanti con conseguente possibilità di riconoscere, a titolo risarcitorio, anche gli aspetti di sofferenza soggettiva e di incidenza sulla vita di relazione certamente suscettibili di derivare dal nocumento di cui si tratta.

Ciò premesso, il danno non patrimoniale (nelle componenti del danno biologico, comprensivo del danno alla vita di relazione, e del danno da sofferenza morale soggettiva) può essere liquidato, in via equitativa, riconoscendo un appesantimento della somma già sopra indicata a titolo di danno non patrimoniale complessivo, nella misura di Euro 46.000,00.

Avv. Edno Gargano

Studio Legale Gargano